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Alice Patella

Vincitrice del 5° premio Valeria Solesin - 9° Edizione anno 2025

Ultimo aggiornamento: 27 maggio 2026, 14:17

Alice Patella, scorzetana, è dal mese di aprile 2025 una tirocinante presso il Tribunale di Venezia. Laureatasi in Giurisprudenza a luglio dello stesso anno, si è occupata per sei mesi presso gli uffici giudiziari di contrattualistica, successioni e diritti reali da un giudice civile, passando poi alla seconda e alla prima sezione penale. È in quest'ultima, dedicata alle fasce deboli, che ha avuto modo di assistere con i propri occhi a processi relativi ai reati di cui ha trattato nella sua tesi “La tutela penale della violenza di genere: una comparazione tra legislazione italiana e cinese”.
Un'esperienza molto formativa sia dal punto di vista lavorativo sia umano, terminata con il suo ritorno dal giudice civile presso cui sarà impegnata fino al prossimo ottobre, spinta dall'idea che quella della magistratura possa essere una delle strade da percorrere, così come quella della pratica legale presso un avvocato.
Non esclude nessun sogno o obiettivo la dottoressa classe 2001 che con la sua tesi ha partecipato al concorso universitario dedicato a “Valeria Solesin”, ottenendo il quinto Premio.

 

Dal liceo Linguistico a Giurisprudenza

«Ho frequentato il Liceo Linguistico Canova di Treviso e, unendo la passione per la legge - che mi accompagna sin da piccola - all’interesse per la carriera diplomatica, mi sono iscritta a Giurisprudenza all’Università di Trento. Con il tempo ho però capito che mi interessavano soprattutto le materie di diritto nazionale.

La giurisprudenza mi affascina perché permette di contribuire concretamente alla società e anche all’economia. Mi piacciono la logica e il ragionamento, che sono fondamentali: le norme sono troppe per essere ricordate tutte, quindi ciò che conta davvero è saperle interpretare e applicare».

 

Dalla tesi al Premio Valeria Solesin

«Dopo essermi laureata in Giurisprudenza all’Università di Trento nel luglio 2025, ho deciso di partecipare con la mia tesi al Premio Valeria Solesin, intitolato alla ricercatrice in studi di genere uccisa negli attentati del Bataclan del 13 novembre 2015.
Il premio era incentrato sul ruolo della donna nello sviluppo economico e sociale, un tema non perfettamente sovrapponibile alla mia tesi, che riguardava la violenza di genere e il confronto tra ordinamento italiano e cinese. Tuttavia, ho individuato un collegamento nel fatto che diverse forme di violenza, come quella economica o le molestie sul lavoro, incidono direttamente sull’autonomia e sulle possibilità di crescita professionale delle donne.
Tra circa 50 tesi presentate, la mia è stata selezionata insieme ad altre 12.
La cerimonia di premiazione si è svolta a Milano, presso la sede della Città Metropolitana, alla presenza della madre di Valeria Solesin, degli organizzatori, di ricercatori e del vincitore della prima edizione del premio, un uomo. Anche tra i premiati, pur in presenza di una netta maggioranza femminile, erano presenti candidati di genere maschile.
Il fatto che anche i ragazzi affrontino nei loro elaborati temi legati alla parità di genere e alla violenza rappresenta un importante passo in avanti.
È stato un bellissimo momento di condivisione: ognuno ha presentato la propria tesi e sono intervenuti gli organizzatori del premio, la madre di Valeria Solesin e diversi ricercatori che si occupano di parità di genere in ambito aziendale e istituzionale, tra cui consigli regionali e comunali. È stato molto interessante ascoltare le loro ricerche e confrontarsi con punti di vista di esperti che lavorano direttamente su questi temi».

 

Il confronto nato da due passioni

«Il tema della tesi unisce due mie passioni: da un lato l’interesse accademico per il diritto penale, da sempre una materia che mi ha appassionato molto, e dall’altro una passione più personale. Ho frequentato il liceo linguistico e, in quarta superiore, con il programma Intercultura, ho avuto l’opportunità di trascorrere un anno in Cina, un’esperienza per me estremamente formativa sia dal punto di vista culturale che relazionale, che mi ha permesso di conoscere persone provenienti da tutto il mondo.
Ho deciso così di portare nella tesi un tema che potesse risultare diverso e stimolante, anche per avvicinare l’attenzione a un contesto spesso percepito come lontano. Si parla frequentemente dell’economia della Cina , ma molto meno del suo sistema giuridico.
Ho quindi svolto una comparazione tra ordinamenti: nella prima parte ho analizzato l’evoluzione del ruolo della donna in entrambi i Paesi, a partire dall’Ottocento in Italia e dai profondi cambiamenti culturali in Cina legati anche alla fase dell’imperialismo. Successivamente ho esaminato la disciplina prevista dal nostro codice penale e quella contenuta nelle leggi cinesi, includendo anche le rispettive prospettive di riforma».

 

Italia e Cina: un'analisi comparata sulla violenza di genere

«Sicuramente l’Italia è più evoluta sul tema, anche grazie all’appartenenza all’Unione Europea. Nel diritto penale esistono diverse fattispecie che tutelano la violenza di genere, anche se nella mia tesi non ho affrontato la recente normativa sul femminicidio perché ancora in fase di discussione al momento della laurea.
In Cina, invece, gli strumenti penali appaiono più limitati e meno efficacemente applicati, mentre maggiore spazio è dato agli strumenti civilistici di tutela. Inoltre, alcuni principi ormai consolidati in Italia, come il riconoscimento della violenza sessuale nel matrimonio, non sono ancora pienamente acquisiti, anche per ragioni culturali.
D’altra parte, la Cina mostra maggiore attenzione alla prevenzione e all’educazione e una disciplina specifica delle molestie sessuali anche in ambito penale, mentre l’Italia si concentra maggiormente sull’aspetto repressivo, attraverso pene e nuove fattispecie, dando meno spazio alla prevenzione culturale del fenomeno».

 

L’educazione e il problema culturale in un Paese che cambia

«In Italia permane una cultura che può favorire fenomeni di violenza. È importante partire fin da piccoli con un’educazione al rispetto e all’uguaglianza, indipendentemente dal genere, con gli stessi diritti e opportunità. È altrettanto importante educare al fallimento, insegnando che un “no” non è una fine, ma può essere un punto di partenza per nuove possibilità.
I fenomeni migratori, con l’arrivo di persone da Paesi con norme e tradizioni differenti, possono rendere più frequente il confronto tra il sistema giuridico italiano e le culture di origine. I cosiddetti “reati culturalmente motivati” non trovano giustificazione nel nostro ordinamento, che applica sempre la legge penale ai fatti commessi sul territorio, indipendentemente dalla cultura o dalla nazionalità dell’autore. Il contrasto alla violenza di genere richiede quindi non solo repressione, ma anche prevenzione e integrazione, attraverso la scuola, i servizi sociali e le reti di supporto».

 

Un sistema costruito per la tutela dell'imputato

«Il sistema giuridico italiano tutela principalmente l’imputato, garantendogli strumenti di difesa nel rispetto dei principi costituzionali.
Questa impostazione si riflette anche nei riti alternativi, come patteggiamento e rito abbreviato, che prevedono una riduzione della pena e una semplificazione del processo.
Per questo, pene apparentemente basse vanno sempre valutate in relazione al rito scelto e al contesto processuale».

 

Le misure cautelari e di prevenzione

«Il divieto di avvicinamento e l’allontanamento dalla casa familiare sono misure cautelari applicate durante il processo per evitare il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove o la reiterazione del reato. Nei casi di violenza di genere si ricorre spesso all’allontanamento, mentre la custodia cautelare in carcere è una misura estrema.
Una volta concluso il processo con sentenza definitiva o patteggiamento non impugnato, le misure cautelari cessano perché vengono meno le esigenze che le giustificano. Tuttavia, l’ordinamento prevede anche misure di prevenzione, applicabili in presenza di elementi di pericolo, anche dopo la fine del processo.
Nel tempo il loro ambito si è esteso anche ai reati di violenza di genere, accanto ai reati contro il patrimonio o associativi. Se emergono nuovi elementi di rischio, possono essere disposte nuovamente forme di allontanamento o divieto di avvicinamento, questa volta come misure di prevenzione».

 

Quando pene e misure non bastano...

«Sicuramente ci sono delle falle nel sistema, altrimenti certi fatti non accadrebbero. È però importante conoscere bene gli atti, perché l’informazione giornalistica è spesso parziale e filtrata anche dal segreto investigativo.
Serve quindi un approccio giuridico: nel caso di Filippo Turetta e dell’omicidio di Giulia Cecchettin, ad esempio, si è discusso dell’aggravante della crudeltà, che però nel diritto penale ha un significato tecnico diverso da quello comune. Tutti possiamo ritenere crudele una condotta sul piano umano, ma il giudice deve applicare la legge senza fare valutazioni morali e non può decidere in base alla simpatia o all’antipatia dell’opinione pubblica, nel pieno rispetto del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione».

 

C'è bisogno di coordinamento e di supporto personale

«Credo serva un maggiore coordinamento tra tutte le realtà coinvolte: servizi sociali, forze dell’ordine e istituzioni locali. Il tribunale, infatti, interviene spesso nella fase finale, mentre prima è fondamentale un supporto più concreto e vicino alla persona, non solo di tipo legale.
Ci sono sicuramente aspetti da migliorare, ma si stanno facendo passi avanti anche attraverso le riforme più recenti. Resta comunque l’idea che la sola risposta penale non sia sufficiente, anche se oggi rappresenta lo strumento principale di intervento».

 

La legge sul femminicidio

«Prevedere nuovi reati con denominazioni specifiche può anche rispondere all’esigenza di placare l’allarmismo sociale, poiché l’opinione

pubblica percepisce una maggiore tutela quando si introduce una fattispecie come il femminicidio. Nel nostro ordinamento, tuttavia, molte di queste condotte erano già ricomprese nell’omicidio aggravato, punito con l’ergastolo nei casi di relazione con la vittima. La nuova normativa, pur partendo da fattispecie esistenti, valorizza però il contesto e le finalità legate alla violenza di genere.
Allo stesso tempo, attribuire un nome al fenomeno è significativo perché ne riconosce la rilevanza giuridica e sociale. In questo senso, l’introduzione del reato di femminicidio rappresenta una svolta importante, anche perché l’Italia è tra i primi Paesi europei ad aver adottato una simile definizione normativa».

 

Alle donne che stanno subendo violenza che non hanno il coraggio di denunciare

«Consiglierei loro innanzitutto di parlarne con un’amica o con un familiare, perché affrontare queste situazioni insieme può aiutare a trovare una soluzione e il coraggio di compiere passi difficili da soli.
So che si tratta di contesti complessi, spesso caratterizzati da una forte dipendenza affettiva ed economica, che può rendere difficile allontanarsi, anche per il timore di non riuscire a soddisfare i bisogni fondamentali. In alcuni casi pesa anche il giudizio della comunità, che può portare all’emarginazione di chi denuncia.
È però fondamentale sapere che esistono strumenti e realtà di supporto, come centri antiviolenza, servizi sociali, case rifugio e istituzioni giudiziarie, che possono offrire un aiuto concreto».

 

A una persona che usa la violenza

«Io cercherei soprattutto di indagare le cause profonde di questi comportamenti. La violenza va ovviamente fermata subito, ma ritengo che la sola pena detentiva non sia sempre sufficiente. Il carcere dovrebbe avere anche una funzione rieducativa, e resta il problema di capire cosa cambi realmente nel comportamento della persona una volta uscita.
Per questo è importante approfondire le ragioni psicologiche e personali alla base di queste condotte, così da attivare percorsi terapeutici e di supporto adeguati. Spesso, infatti, possono esserci dipendenze, abuso di alcol o altre fragilità che richiedono interventi mirati per favorire un reale cambiamento».

 

Scorzè

«Sono nata e cresciuta a Scorzè fino alla fine delle scuole superiori. La mia compagnia di amici era qui, anche se nel tempo è cambiata, e abbiamo sempre vissuto molto il paese. Ho frequentato le scuole elementari e medie a Scorzè e mi sono trovata molto bene in entrambe le esperienze.
Ancora oggi considero Scorzè casa: anche quando sono stata in Cina o a Trento, ho sempre sentito il bisogno di tornare qui, perché resta il mio paese.
Una delle cose che apprezzo di più di Scorzè sono gli eventi organizzati durante l’estate, come la festa dello sport, la sagra parrocchiale e tutte quelle iniziative comunitarie e sociali che riescono a unire i cittadini. Ogni anno cerco di partecipare almeno a qualche evento: è sempre bello ritrovarsi e rivedere persone che durante l’anno si incontrano meno frequentemente.
Ho sempre apprezzato molto anche le scuole e, soprattutto, gli insegnanti che ho avuto. Sia alle elementari che alle medie ho incontrato persone davvero valide che mi hanno formata profondamente. Ancora oggi mi capita di pensare che molte delle cose che so le devo agli insegnamenti ricevuti in quegli anni. Probabilmente saranno ormai in pensione, ma sono ancora molto riconoscente verso maestre/i e professoresse/i, in particolare verso Sergio Fabris.
L’aspetto che potrebbe essere migliorato riguarda invece gli spazi di ritrovo per i giovani: ci sono pochi locali o punti di aggregazione nel centro del paese. Sarebbe bello avere più occasioni per vivere il centro, soprattutto ora che è stato rinnovato, magari con luoghi frequentabili anche nel fine settimana o nei momenti dell’aperitivo. Questo renderebbe il paese ancora più vivo e partecipato».

 

Ilenia Milanese


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